“Adoro camminare!” Ovvero: la via dell’autodeterminazione

Una giovane cammina tranquilla con passo deciso lungo strade e sentieri, attraversando prati e boschi. Né veloce, né lenta, semplicemente cammina. È evidente che sta andando da qualche parte, che ha un meta precisa, anche se fosse soltanto per ammirare il bel paesaggio, o godere dell’aria frizzante del mattino, o trovare un bel posto dove leggere il libro che non dimentica mai di portare con sé.
Non c’è altra immagine che, nella sua immediatezza, sappia raccontare appieno il carattere fiero ed indipendente di Elizabeth Bennet.
Tant’è vero che è stata scelta come apertura dalle due trasposizioni cinematografiche che amo di più, quella leggendaria della BBC del 1995 e quella acclamata quanto discussa di Joe Wright del 2005.

Pride and Prejudice, BBC, 1995

Jennifer Ehle in Pride and Prejudice, prod. BBC, 1995

Nella prima, dopo la famosa apertura con Bingley e Darcy che galoppano con energia per la campagna ed ammirano Netherfield Park, la sequenza mostra Elizabeth, che li intravvede sullo sfondo del paesaggio che sta ammirando. Jennifer Ehle si volta, l’aria serena e compiaciuta di chi sta assaporando il contesto in cui si trova, e mostra a sua volta quanta energia ci sia in lei, saltando, correndo, raccogliendo fiori, camminando.
Andrew Davies, sceneggiatore, ci spiega che con la sequenza iniziale voleva trasmettere “l’incredibile velocità ed energia del libro”.

Pride and Prejudice, di Joe Wright, 2005

Keira Knightley in Pride and Prejudice, di Joe Wright, 2005

Nella seconda, la scena copre poco meno di un minuto e mezzo ed è più concentrata su Elizabeth: Keira Knightley passeggia nelle prime ore del mattino, leggendo le ultime pagine di un libro, poi lo chiude, attraversa un ponticello ed eccola a casa.
Joe Wright, regista, ci spiega come l’idea di iniziare con una sequenza che vede Elizabeth in primo piano gli sia servito a dare un’impronta alla storia, poiché “questa è la storia di una ragazza che si innamora” ed è come se in quel libro lei stia “leggendo la storia che sta per accadere anche a lei stessa”. Infine, aggiunge che vederla attraversare quel ponticello mentre entra in casa “dà un’idea di uno spirito indipendente”, pronto ad uscire o rientrare negli schemi secondo il proprio giudizio.

Insomma, Elizabeth ama camminare. No, anzi: ne ha bisogno come dell’aria che respira.
Non saprei dire con precisione quanti sono i chilometri percorsi dalla nostra eroina in un anno o poco più delle vicende narrate da Pride and Prejudice (Orgoglio e Pregiudizio). Intendiamoci, non è così povera da non avere almeno una carrozza ed un cavallo a disposizione. Ma il suo utilizzo è subordinato alle esigenze primarie della fattoria di famiglia, Longbourn; e

dato che non era una cavallerizza, la sola alternativa era andare a piedi. (cap. 7)

In breve, i suoi spostamenti sono a piedi. E se non è per necessità, cammina per il solo piacere di farlo, rigorosamente in compagnia di un libro.

Questo la accomuna alle eroine ottocentesche venute dopo di lei, prima tra tutte Jane Eyre: camminare è metafora di libertà ed indipendenza perché, in un contesto in cui il condizionamento sociale è particolarmente forte sulle donne, non si dipende da niente e nessuno, si poggiano saldamente i piedi a terra ma nello stesso tempo ci si muove, si prendono le misure del mondo secondo la lunghezza della propria gamba, si tracciano percorsi, si esplorano luoghi, si osserva tutt’intorno. E’ un trionfo di autodeterminazione tutta femminile.

pnpcebrockbw5Non a caso, ad un’ardita passeggiata, compiuta subito dopo un acquazzone, per raggiungere la sorella Jane che si è ammalata mentre è ospite a Netherfield, la dimora dei Bingley, è legato un punto cruciale della vicenda, nonché emblematico del personaggio Elizabeth Bennet. Siamo al capitolo 7.

Elizabeth, sentendosi davvero preoccupata, aveva deciso di andare da lei, anche senza la carrozza; e dato che non era una cavallerizza, la sola alternativa era andare a piedi. Li informò della sua decisione.
“Come puoi essere così sciocca”, esclamò la madre, “da farti venire in mente una cosa del genere, con tutto questo fango! Non sarai presentabile una volta arrivata lì.”

Mrs Bennet dà voce alle sue angosce di madre che vede la figlia nubile e senza prospettive matrimoniali mettere in serio pericolo la sua conformità alle regole sociali e bruciare le sue già esili possibilità di successo e approvazione. Ma l’atto di volontà di Lizzy è più forte:

“Sarò sicuramente presentabile per vedere Jane, il che è tutto ciò che voglio. […] Non ho nessuna intenzione di risparmiarmi una passeggiata. La distanza non conta nulla, quando si ha un buon motivo; solo tre miglia. Sarò di ritorno per il pranzo.”

La passeggiata inizia in compagnia delle sorelle Kitty e Lydia, che non si lasciano sfuggire l’occasione per andare a Meryton – che la presenza delle ipnotiche giubbe rosse degli ufficiali ha reso una sorta di parco giochi per giovani adolescenti sognatrici e un po’ civettuole.

Pride and Prejudice, di Joe Wright, 2005

Pride and Prejudice, di Joe Wright, 2005

A Meryton si separarono; le due minori si rifugiarono in casa di una delle mogli degli ufficiali, ed Elizabeth proseguì la passeggiata da sola; attraversò a passo svelto un campo dopo l’altro, scavalcò steccati e saltò pozzanghere con agile impazienza, e alla fine si trovò in vista della casa con le caviglie doloranti, le calze infangate e il volto che brillava, scaldato da quell’esercizio.

In una scrittrice che non descrive mai nulla per caso, la sequenza dell’agile passeggiata di Lizzy intenta a dare briglia sciolta alla sua libertà di movimento è emblematica. E alla fine la vediamo, stanca e felice, pronta a varcare la soglia di Netherfield e presentarsi al cospetto dei suoi altolocati abitanti, così com’è, senza alcun retropensiero, quasi come a gettare loro in faccia la sua presenza, fango compreso, e ciò che rappresenta. La ragazza della piccola nobiltà di campagna, gentry, è pronta a sfidarli.

Fu introdotta nel salottino della colazione, dove erano riuniti tutti tranne Jane, e dove la sua apparizione suscitò un’enorme sorpresa. Che avesse camminato per tre miglia così di buon mattino, con tutto quel fango, e da sola, era quasi incredibile per Mrs. Hurst e Miss Bingley; ed Elizabeth si rese conto che la disprezzavano per questo. Tuttavia la accolsero con molta cortesia; e nei modi del fratello c’era qualcosa di più della cortesia, c’era giovialità e garbo.
Mr. Darcy parlò pochissimo, e Mr. Hurst non parlò affatto. Il primo era diviso tra l’ammirazione per quella carnagione resa così splendente dall’esercizio e i dubbi su quanto l’occasione giustificasse il recarsi così lontano da sola. Il secondo pensava solo alla sua colazione.

Del gruppetto dei suoi spettatori, colpisce l’eloquente diversità di reazione: se gli uomini rispondono senza alcuna aperta condanna (passando dall’indifferenza di Mr Hurst, alla giovialità di Mr Bingley, alla fascinazione subita, suo malgrado, da un Mr Darcy in cui si è acceso il sacro fuoco del conflitto interiore tra dovere sociale e desiderio personale), sono proprio le uniche due donne presenti a dare voce ai codici sociali approvati e a stigmatizzare il comportamento di Lizzy. (Due secoli fa, Jane Austen metteva in scena una sacrosanta verità: non c’è peggior maschilista di una donna maschilista! E qui ne abbiamo addirittura due…)
Splendido risultato di un’affermazione di sé, autonoma e dissidente!

Il tema viene ripreso e svolto al capitolo successivo.
Le padrone di casa, Miss Bingley e Mrs Hurst, trionfo di stereotipi superficiali e schemi sociali feroci, la biasimano apertamente per la sua gonna infangata ed il suo aspetto accaldato e disordinato:

“Per farla breve, non ha nulla che le faccia onore se non essere un’eccellente camminatrice. Non dimenticherò mai la sua apparizione stamattina. Sembrava davvero quasi una selvaggia.”
“Proprio così, Louisa. Sono riuscita a malapena a contenermi. Che solenne sciocchezza venire! Che bisogno c’era di scapicollarsi per la campagna per un raffreddore della sorella? Con quei capelli così scarmigliati, così sciatti!”
“Sì, e la sottogonna; spero che tu abbia visto la sottogonna, con un orlo di sei pollici di fango, ne sono assolutamente certa; e la gonna tirata giù per coprirla, senza riuscirci.” […]
“Camminare per tre miglia, o quattro, o cinque, o quello che sia, con le caviglie nel fango, e da sola, completamente sola! che voleva dimostrare con questo? A me sembra un disgustoso sfoggio di presuntuosa indipendenza, un’indifferenza al decoro tipica di un posto di campagna.”

Al contrario, i due uomini di casa, Mr Bingley e Mr Darcy, meno interessati alla stretta osservanza delle convenzioni (di cui forse sono un po’ stufi), la elogiano per aver compiuto un gesto così altruistico, non senza sottolineare quanto il moto esalti la sua bellezza:

“La tua descrizione può anche essere esatta, Louisa”, disse Bingley; “ma a me è sfuggito tutto. Ho pensato che Miss Elizabeth Bennet avesse un bellissimo aspetto, quando stamattina ha fatto il suo ingresso nella stanza. La sottogonna infangata mi è completamente sfuggita.”

e poco dopo, dall’elogio alla sua bellezza esteriore, si passa a quella interiore, con ciliegina sulla torta posata da Mr Darcy, suscitata dalla zappa che Miss Bingley si è appena tirata sui delicati piedini fasciati da scarpine immacolate e di lusso:

“Rivela un affetto per la sorella che è molto apprezzabile”, disse Bingley.
“Temo, Mr. Darcy”, osservò Miss Bingley quasi bisbigliando, “che questa avventura abbia alquanto scosso la vostra ammirazione per i suoi begli occhi.”
“Nient’affatto”, replicò lui, “erano illuminati dall’esercizio.”

In breve, Elizabeth esce dagli schemi con le proprie gambe, sulle quali si reggono saldamente un cuore ed un cervello di tutto rispetto.
Ecco la qualità comune alle protagoniste dei romanzi di Jane Austen, anche se espressa in dosi e modalità diverse. Le sue eroine sono l’incarnazione stessa dell’ossimoro “pugno di ferro in guanto di velluto” laddove il pugno di ferro è la loro spiccata e brillante indipendenza intellettuale, unita alla naturale avversione per l’ipocrisia delle convenzioni, mentre il guanto di velluto è la modalità con cui tale spinta autonomista viene affermata nella vita quotidiana, cioè del tutto priva di slanci melodrammatici o gesti scomposti. Insomma, sono delle rivoluzionarie che sovvertono il sistema dall’interno, con la sola forza dei loro sorrisi e del loro cervello.
Un tratto che ritroviamo in molte eroine di altri romanzi (e penso a quelli di Charlotte Bronte ed Elizabeth Gaskell…), anche se con molti più slanci corporei e caratteriali…


Note:
– Le citazioni da Orgoglio e Pregiudizio sono tratte dalla traduzione di G. Ierolli, jausten.it

Silvia Ogier

(Bologna, Italy) - Diplomata Traduttrice e Interprete e laureata in Lingue e Letterature Straniere, ha lavorato come traduttrice e da anni si occupa di marketing e comunicazione aziendale. Il suo maggiore interesse libresco è la letteratura scritta dalle donne. Ha letto Jane Austen per la prima volta a vent’anni (Orgoglio e Pregiudizio). Nel dicembre 2010 ha aperto il blog monografico Un tè con Jane Austen e nel 2013 ha fondato Jane Austen Society of Italy (JASIT), di cui è presidente.
Silvia Ogier

4 pensieri su ““Adoro camminare!” Ovvero: la via dell’autodeterminazione

  1. AvatarClaire

    Ottima riflessione che condivido pienamente, il confronto fra le due trasposizioni non mi era mai venuto alla mente, almeno non dell’incipit. 🙂
    Come sempre, mi ritrovo in questo personaggio, Lizzie e questa comune abitudine di…camminare, camminare, per lo più in strade di campagna ed inevitabilmente, anzi, inscindibilmente in compagnia di un libro…! La Austen ha affidato poche ma essenziali caratteristiche al suo personaggio più famoso, per dimostrare la possibilità dell’indipendenza di una giovane donna nella Società d’allora, senza dover rompere le regole, senza avvicinarla al comportamento maschile, au contraire, rivelando l’assiduo dialogo della donna col suo intelletto, l’integrità, la caparbietà e la coerenza del suo animo che esaltano la vera natura della femminilità.
    Bellissimo post! E’ un piacere leggerti!
    Abbraccio!

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