Archivi tag: Persuasion

Il primo e l’ultimo: lo strano destino comune di Northanger Abbey e Persuasion

Northanger Abbey and Persuasion first editionCosì diversi, perché concepiti in due momenti creativi diversi, eppure uniti nel compimento della parabola letteraria e reale di Jane Austen.
Condividendo la pubblicazione postuma, avvenuta il 20 dicembre 1817, L’Abbazia di Northanger (Northanger Abbey) e Persuasione (Persuasion) sembrano coronare l’intera vita letteraria ed editoriale dell’autrice.
L’ordine in cui appaiono sul frontespizio datato 1818 (com’era consuetudine all’epoca per i romanzi pubblicati sul finire dell’anno) non sembra affatto casuale e, anzi, ci ricorda che proprio in quest’ordine dobbiamo, noi lettrici e lettori di tutti i tempi, nominarli e leggerli.
Partendo da Northanger e approdando a Persuasione, del resto, possiamo ripercorrere esattamente il processo di maturazione creativa dell’autrice, l’alfa e l’omega della sua arte, la giovinezza e la maturità, poiché Northanger è il primo dei romanzi maggiori ad essere completato, nel 1803 circa (pur revisionato nel 1816), e Persuasione l’ultimo, nel giugno 1816. Tutto quanto sia stato scritto prima (i suoi spericolati Juvenilia e la graffiante Lady Susan) e dopo (l’abbozzo di lusso di quello che ancora oggi ha tutta l’aria di essere un capolavoro in potenza, Sanditon), passando persino attraverso una crisi creativa testimoniata dall’incompiuto I Watson, è una splendida cornice intrecciata a doppio filo con i magici otto anni in cui la scrittrice fu baldanzosamente produttiva e divenne autrice pubblicata – e tutto si compì.
Quanti elementi, comuni o divergenti, caratterizzano di due romanzi che compongono questa “strana coppia” editoriale? Che cosa pensava Jane di queste due creature, che lei stessa nomina e mette in correlazione in una lettera alla nipote Fanny proprio all’inizio del 1817, a pochi mesi dalla fine?
Oggi, per il nostro tè delle cinque, riapriamo i due romanzi di cui quest’anno celebriamo il Bicentenario per scorrerli, sfogliarli, leggerli & rileggerli.
…E non trovate che sia una preziosa, significativa coincidenza che proprio l’ultimo della lunga, appassionante serie di Bicentenari austeniani di questo privilegiato periodo sia doppio e così perfettamente ciclico?
Servitevi di tè e generi di conforto, e non dimenticate di prendere L’Abbazia di Northanger e Persuasione dallo scaffale.

Continua a leggere

Persuasione, William Blake e Gucci. Rielaborazione fashion di Jane Austen, icona pop

Gucci, F-W 2017-18 - Austen, Persuasion

fonti: jemerced, marchetti simone, miss lisa armstrong

Che Jane Austen fosse attenta al proprio aspetto e alle mode del momento, pur con l’assennatezza che il suo carattere ed il poco denaro le imponevano, è un dato di fatto provato dagli innumerevoli, minuziosi accenni a vestiti, stoffe, accessori e scarpe, propri o delle persone intorno a sé, disseminati nelle 161 lettere giunte fino a noi. E proprio la moda nostrana più blasonata e acclamata l’ha assurta a fonte di ispirazione dando vita ad una delle ormai innumerevoli rielaborazioni contemporanee che, una volta di più, la confermano icona pop tra le più prolifiche, originali e amate.
Nel 2017, l’anno del bicentenario dei bicentenari, è accaduto anche questo: esattamente un anno fa, infatti, Jane Austen fece capolino alla Settimana della Moda di Milano come musa discreta e specialissima nonché ambasciatrice di una delle firme più prestigiose e lussuose del Made in Italy, Gucci. Alla sfilata donna-uomo della collezione autunno-inverno 2017-18 presentata nel mese di febbraio, disegnata dall’immaginifico direttore artistico della maison italiana Alessandro Michele, Jane Austen fu una presenza evidente: dapprima nell’insolito, fascinoso invito recapitato da Gucci agli oltre 800 fortunati invitati esclusivi e in seguito, durante la sfilata, in una copia di Persuasion (Persuasione) sotto forma di borsetta portata da modelle e modelli.
E a qualche mese dalla sfilata, rieccola apparire anche in una vera ciliegina sulla torta: un’edizione limitata degli Juvenilia, in una versione tascabilissima, da borsetta, ovviamente come accessorio imprescindibile di una bellissima, esclusiva borsa Gucci.

In questo tè delle cinque, dunque, che sorseggiamo proprio durante le battute finali della Settimana della Moda milanese 2018, vi invito a scoprire un aspetto davvero inatteso delle vivaci afterlives contemporanee di Jane Austen, ovvero le sue rielaborazioni nel mondo della moda, dove nell’anno del Bicentenario dei Bicentenari, il 2017, il suo spirito geniale ha ispirato inedite sovrapposizioni artistico-letterarie a firma Alessandro Michele per Gucci.

Continua a leggere

“Un ruggente fuoco natalizio”

Steventon ChurchIn questo ultimo scorcio di 2017, le celebrazioni austeniane si intrecciano tra loro nonché con quelle tradizionali della società occidentale. Per augurare Buone Feste a tutte le persone che capitano in questo angolo di blogosfera dedicato a Jane Austen, nel dicembre dell’anno del Bicentenario della sua morte – ma anche del suo 242mo compleanno, ma anche dell’inizio dell’ultimo Bicentenario, dedicato alla prima pubblicazione postuma degli ultimi due romanzi (Northanger Abbey e Persuasion) – entriamo nel mondo di uno dei due festeggiati di questo incredibile periodo, Persuasion (Persuasione) per andare ad Uppercross, la dimora fittizia, rurale e rutilante dei Musgrove nel Somerset, che assomiglia tanto a quella canonica di Steventon altrettanto affollata e traboccante di vita quotidiana campagnola che per 25 anni fu la casa di Jane stessa, il terreno fertile della sua personalità e del suo genio.

Servitevi di abbondante tè caldo speziato in questa invernalissima giornata natalizia e preparatevi insieme alla protagonista, Anne, a immergervi nel fine family-piece, il bel quadretto familiare, della vivace famiglia di Uppercross.

Buone Feste a tutti, che possiate passarle con la stessa spensierata serenità di questo ritratto domestico.

Continua a leggere

Nessuna di noi si aspetta di navigare in acque tranquille tutti i giorni – Jane Austen dixit

Una delle qualità che più mi affascina nella scrittura di Jane Austen è la sua arte di essere esplicita senza esserlo affatto, o meglio, di colpire il bersaglio in una maniera perfetta e disinvoltamente… obliqua. Una delle sue più grandi, appassionate ammiratrici – e come lei, lettrice accanita e scrittrice sopraffina – ovvero, Virginia Woolf, ha espresso questa straordinaria arte in una delle sue folgoranti descrizioni, asserendo che Jane Austen «sa descrivere una notte bellissima senza nominare una volta la luna» (Il lettore comune, 1925).
Dunque, non mi sentirò troppo inopportuna nell’accostare l’aggettivo esplicito a Jane Austen – per di più in relazione ad un argomento troppo spesso ritenuto dal pregiudizio dominante quanto di più lontano dalle tematiche austeniane, cioè la condizione femminile.   

Persuasione, tra i romanzi maggiori, è forse il più esplicito sulla condizione femminile.
Nelle opere, Jane Austen racconta la propria realtà in modo diretto ma obliquo, appunto, attraverso le situazioni o le dichiarazioni delle sue eroine. Ad esempio, nel primo caso: l’improvvisa povertà in cui vengono gettate le Dashwood di Ragione e Sentimento alla morte del capofamiglia perché, in quanto donne, non possono ereditare; l’ossessione di Mrs Bennet per il matrimonio delle sue cinque figlie senza dote, in Orgoglio e Pregiudizio; e ancora, la resa di Charlotte Lucas per sfuggire ad un destino di zitella e quindi di sicura povertà. Nel secondo caso: dai tanti, importanti “no” che le protagoniste pronunciano contro le imposizioni della cultura maschile dominante, alle frasi fulminanti che sono vere dichiarazioni d’intenti individuali (una su tutte, e tra le mie preferite, la famosa frase dell’ardimentosa Lizzy Bennet: «In me c’è un’ostinazione che non sopporterà mai di essere intimorita dalla volontà degli altri. Il mio coraggio cresce sempre, a ogni tentativo di intimidirmi»).
Tuttavia, in Persuasione, ultimo romanzo, iniziato nell’estate che precede il suo quarantesimo compleanno e concluso esattamente un anno prima di morire, l’autrice sceglie di essere esplicita e di parlare più apertamente. La prova inconfutabile, e sua apoteosi, è il dialogo sulla questione di genere incastonato in quel gran capolavoro che è il penultimo capitolo dove, come in un dialogo filosofico, Jane Austen mette in scena la condizione femminile, il rapporto tra i sessi e l’auspicio di un’evoluzione all’insegna del rispetto e della collaborazione reciproci. Ma non è l’unico dialogo esplicito su questo tema nel romanzo.

A questo tè delle cinque, che anticipa di poche settimane l’avvio del prossimo e ultimo Bicentenario, è invitata una figura femminile che spicca nel microcosmo di Persuasione come attiva pioniera di un nuovo assetto sociale e, per questo, modello di ispirazione per la protagonista: Mrs. Croft, moglie dell’Ammiraglio Croft e sorella del Cap. Wentworth, che all’inizio della vicenda si rende protagonista di un dialogo che sembra annunciare i temi di quello dell’epilogo.

Continua a leggere

L’Estate, il Mare del Devonshire e l’Amore Perduto.
La storia dell’innamorato misterioso di Jane Austen

“Infinities of love”, dettaglio dal film Miss Austen Regrets (Io, Jane Austen), 2008

Tra tutti gli aspetti sfuggenti della vita di Jane Austen, i moti del suo cuore sono in assoluto i più inafferrabili.
Ci è concesso baloccarci con pochissimi, striminziti indizi sparsi qua e là nelle sue lettere e nei ricordi altrui. Ci intestardiamo a tentare di colmarne i vuoti, a definirne i contorni, a stabilirne le certezze, con l’aiuto della nostra fantasia e delle nostre riflessioni. E proviamo a consolarci maldestramente del fatto (questo, sì, del tutto certo per quanto ci rattristi) che non avremo mai una realtà con cui sostituirli. Di fatto, della sua vita sentimentale non sappiamo niente. Proprio come la lingua che batte immancabilmente dove il dente duole, questa lacuna fastidiosa torna sempre a tormentarci.

Nelle conversazioni dal vivo o in rete, o nei testi di varia natura che mi capita di leggere o ascoltare sui mezzi di informazione (soprattutto in coincidenza della cosiddetta “festa degli innamorati” del 14 febbraio), c’è un commento che sembra legato indissolubilmente all’abitudine di associare Jane Austen al “romanticismo”, un termine troppo spesso confuso con il sentimentalismo (se non addirittura con il genere del romanzo rosa). Il commento potrebbe essere efficacemente, per quanto brutalmente, sintetizzato nella seguente constatazione: è un’autrice che sa parlare con maestria dell’amore, pur non avendolo mai conosciuto.
Di solito, la mia reazione è duplice e intensa. Innanzitutto, il fatto che non si sia mai spostata, o che a noi non sia mai arrivata alcuna notizia certa sulle sue vicende sentimentali, non significa che non si sia mai innamorata. In secondo luogo, la capacità di uno scrittore è nel saper leggere l’animo umano, osservare e indagare la vita, ed esprimere questa indagine sulla pagina a prescindere dalle sue esperienze personali dirette.
Di fronte ai soliti dubbi pubblici sull’amore mai-o-forse vissuto da Jane Austen, tendo a distogliere lo sguardo, anche perché mi prende una sgradevole sensazione di essere inopportuna, come se indagare questo aspetto della sua vita sia non solo inutile ma irriverente, un po’ come spiarla nelle vicende più private che lei e la sua famiglia dopo di lei hanno cercato sempre di mantenere tali.
Dovrebbe bastarci ciò che lei stessa ha voluto rendere pubblico, cioè i suoi romanzi.
E invece, lo confesso, anche il mio pensiero talvolta indugia su quel vuoto…

L’unica, esile soddisfazione diffusa in tutto il popolo Janeite resta sempre lui, il bell’irlandese Tom Lefroy, il flirt giovanile dagli indizi vagamente più corposi, divenuto di dominio pubblico in questa nostra epoca dalla curiosità massificata grazie a un film di grande successo, Becoming Jane (in italiano, con sottotitolo: Ritratto di una donna contro) del 2007, che ha liberamente rielaborato una già molto libera biografia sull’argomento, Becoming Jane Austen, di Jon Spence del 2003.

Eppure, c’è una storia tanto più emozionante quanto più rarefatta sono i suoi contorni, che ci racconta di un giovane di rara qualità incontrato sulla costa del Devonshire all’inizio dell’Ottocento, colui che più di tutti sembra aver conquistato il cuore imperscrutabile di Jane, ma perduto per sempre in circostanze tragiche. E di cui oggi non ci resta nemmeno il nome.
È una storia che pochi conoscono, anche tra gli ammiratori più tenaci o gli studiosi più informati. E di cui ci rimane un solo, brevissimo resoconto, per di più in terza persona, ma da una fonte più che certa: Cassandra Austen, sorella di Jane.
Questa storia è la più vaga tra tutte quelle rintracciabili nelle testimonianze sulla sua vita  anche perché le parole di Cassandra sono riportate da Caroline Austen, la nipote che tanto ha contribuito al materiale raccolto dal fratello James Edward per il Memoir of Jane Austen (Ricordo di Jane Austen) – e sono parole che Caroline (insieme ad altre nipoti) avrebbe udito quando ormai la zia era anziana e forse più propensa a fare qualche confidenza rivelatrice sul filo dei ricordi (o semplicemente più stanca e con la guardia abbassata).
Questa storia emozionante e misteriosa mi è tornata in mente di recente e credo sia interessante ricordarla oggi, per provare a mettere un po’ di ordine nel groviglio di elementi sentimentalisti che si sono incrostati sulla vita di Jane Austen.  Metto da parte la mia reticenza e, apprestandomi a reiterare mille scuse alla diretta interessata per questa invasione della riservatezza, provo a ricordare la semi-sconosciuta storia del grande e perduto amore di Jane Austen.

Continua a leggere

Tutto il privilegio che reclamo.
Ovvero: Jane Austen e il Dialogo sulla Differenza di Genere

Riprendo in questo articolo una riflessione che ho presentato lo scorso 14 febbraio 2015 all’incontro dedicato a Persuasione nell’ambito del Jane Austen Book Club di Biblioteca Salaborsa e Jane Austen Society of Italy, a Bologna.

Manca poco all’8 marzo, Giornata Internazionale delle Donne (per carità, NON chiamatela Festa della donna!), e mi concedo un lungo tè delle cinque su Jane Austen e la sua lungimirante e acuta capacità di osservazione dell’animo umano e delle sue manifestazioni sociali, in particolare sui rapporti tra i sessi e la condizione femminile.
Così lungimirante da essere più avanti, assai più avanti di noi che abbiamo ancora bisogno di un 8 marzo per riflettere sul ruolo e il destino delle donne nella società patriarcale moderna.

Dicono di lei che nei suoi romanzi pensi solo al matrimonio e le sue fanciulle siano tutte un esempio di muliebri virtù tradizionaliste, e che per questo sia profondamente antifemminista. (È evidente che chi sostiene ciò non ha mai letto una sola parola delle tante, bellissime, scritte dalla graffiante penna della zitella illetterata…)
Per contro, dicono di lei che le sue eroine arrivino, sì, al matrimonio ma alle proprie condizioni in piena coscienza della propria dignità umana, e che per questo sia profondamente proto-femminista.
Io dico di lei che tutto quanto c’è da sapere in merito alla questione del femminismo in Jane Austen sia da cercare nell’unico posto possibile, cioè nelle parole che lei stessa ha scritto: le sue opere e le sue lettere. Ed è in un suo romanzo che oggi troverò molte risposte…

In un’epoca, la sua, in cui i ruoli sociali dell’uomo e della donna erano definiti da schemi intoccabili e a compartimenti stagni, e contrapposti, ben più rigidi di quanto non lo siano ancora oggi, ecco una donna antitetica al modello femminile predefinito e approvato, ultraquarantenne, nubile, di classe media, meno che benestante, per di più scrittrice (anche se anonima), che non teme di lasciare le briglie sciolte alla sua intelligenza e alla sua sensibilità e compone un dialogo che è meglio di qualunque trattato di sociologia, antropologia, psicologia e storia sui rapporti tra uomini e donne e sulla differenza di genere.

Frontespizio di Persuasione e L'Abbazia di Northanger

Frontespizio di Persuasione e L’Abbazia di Northanger

Accade in Persuasion (Persuasione), l’ultimo romanzo scritto (1816) e pubblicato (postumo, nel dicembre 1817) che, per lo stile ed i contenuti, mi permetto di considerare il testamento spirituale e letterario di Jane Austen, anche se del tutto involontario.
Per la precisione, accade al capitolo XXIII, un vero capolavoro nel capolavoro, per l’abilissima sceneggiatura, la prosa asciutta e perfetta che accompagna con sorprendente poesia lo scioglimento dell’intreccio, la caratterizzazione dei personaggi e alcune riflessioni sui massimi sistemi sociali.
A pensarci bene, un lungo dialogo sulle differenze psicologiche e sociali tra uomini e donne non sembra adatto ad un romanzo, tanto meno nel bel mezzo dello scioglimento dell’intreccio, quando noi, col fiato sospeso ad ogni sillaba, già pregustiamo il lieto fine… Affidato ad altre penne (come le tante che affollavano la letteratura dell’epoca), questo dialogo sarebbe diventato una tirata noiosa e pedante, aliena a tutto il resto, mentre qui è una scena tra le più emozionanti e poetiche che sia dato di leggere.

…Che inizia proprio come una conversazione qualunque, di quelle che io stessa potrei fare con un amico, su una questione di cuore e sul diverso comportamento degli uomini e delle donne nell’affrontarla.

Continua a leggere

Chi ben comincia è dentro all’opera.
Breve riflessione sul primo capitolo del primo romanzo pubblicato.

Sense and Sensibility, copertina di H. ThomsonRileggere Sense and Sensibility (Ragione e Sentimento) per il Jane Austen Book Club di Bologna ha rimesso in moto una quantità di riflessioni, o meglio elucubrazioni in libertà – una parte delle quali riverso oggi in questa breve tazza di tè meditativa dedicata proprio all’inizio del romanzo.

Credo che la prima caratteristica dell’abilità compositiva di JA che salta all’occhio di chiunque inizi a leggere i suoi romanzi sia, per l’appunto, l’inizio, il primo capitolo, per la sua straordinaria capacità di portare il lettore nel cuore dell’azione: l’autrice non si limita soltanto (e scusate se è poco) a dipingere un accuratissimo quadro della situazione ma, addirittura, nel fare ciò prende il lettore saldamente per mano e, nel giro di pochi paragrafi, lo porta baldanzosa dentro quel quadro. Il romanzo diventa subito un grande quadro vivente tutto intorno a noi.
Questo accade fin dall’inizio – intendo l’inizio del destino pubblico di scrittrice – con il primo romanzo pubblicato, Sense and Sensibility (Ragione e Sentimento), che stabilisce immediatamente questa sana, entusiasmante abitudine, che si ripeterà in tutti gli altri romanzi, per la gioia incontenibile dei lettori.
(in realtà, accade fin da un altro inizio, quello vero, primigenio, della Jane Austen scrittrice privata, la dodicenne argutissima che compone il suo primo romanzo, Frederick & Elfrida, incluso negli Juvenilia, di appena otto pagine e già portatore in nuce di tutto quanto sarebbe stato composto negli anni seguenti)
A riprova di ciò, invito i miei sei lettori a fare un divertente esperimento e rileggere il primo capitolo dei sei romanzi canonici. Una folgorazione.
Quando chiudiamo il primo capitolo di Sense and Sensibility (Ragione e Sentimento), abbiamo tutte le coordinate del caso per sapere dove siamo, con chi siamo, e in quale situazione. Non solo: ci siamo già formati le nostre brave prime impressioni.

Continua a leggere

Che cosa accadde a Bath? I cinque difficili anni di Jane lontano da casa

bathcardÈ convinzione comunemente diffusa anche tra i più appassionati Janeite che il cuore di Austenland sia Bath…
Durante i miei tè delle cinque austeniani dentro e fuori il grande mare di internet, mi trovo spesso a chiacchierare dei luoghi che sono stati scenari della vita, reale e letteraria, di Jane Austen.
Quando affermo di essere stata a Bath troppo tempo fa da poterlo ricordare con dovizia di particolari, per di più in un’epoca in cui ancora non avevo incontrato Jane Austen (sì, ero davvero molto giovane), la reazione dei miei interlocutori è immancabilmente di enorme sorpresa, non priva di una dose sempre variabile (ma pur presente) di… scandalo.
Come può essere? Un’ammiratrice di Jane Austen, appassionata e avida di conoscenza come me, è andata a Bath una sola volta, per di più nella vita pre-Jane Austen? Per sintetizzare: come può essere che una Janeite sfegatata non sia mai andata a Bath?
La mia risposta è sempre la stessa: perché il mio primo (e finora unico) viaggio austeniano ha puntato dritto al cuore di Austenland.
Che – contrariamente a quanto (quasi) tutti, anche tra i Janeite più appassionati, tendono a credere – NON è Bath.
Lo è, semmai, la contea dello Hampshire, dove Jane Austen è nata (a Steventon), è vissuta per i primi venticinque anni della sua vita (sempre a Steventon), e poi gli ultimi nove (a Chawton), ed infine è sepolta (a Winchester). Con questa sua terra, Jane aveva un vero e proprio rapporto simbiotico e sono convinta che non si possa dire di averla incontrata se non si è andati a trovarla qui, a casa sua.

Chawton Cottage, oggi Jane Austen’s House Museum

Periodicamente, mi capita di leggere pareri addirittura più estremi che danno per certa un’avversione di Jane per Bath. Non arrivo a tanto semplicemente perché non esiste alcuna testimonianza diretta né nelle sue lettere (dove, semmai, si trovano alcuni giudizi positivi), né nei romanzi (certo, di Anne Elliot in Persuasion scrive che “Bath non le piaceva, le pareva che non le fosse congeniale” ma non mi sembra una prova sufficiente), né nelle biografie familiari, e questa presunta avversione resta, appunto, niente più di un’ipotesi, per quanto dedotta da elementi concreti.
Di certo, la vita di Jane Austen negli anni di Bath è un periodo breve e molto difficile, segnato da eventi negativi, in cui la sua vena creativa sembra addirittura scivolare in un inspiegabile letargo…
Che cosa le accadde a Bath?
E perché io non riesco a considerare questa splendida città, scenario di alcune parti dei suoi romanzi e citata qua e là nelle sue opere, il “vero” cuore di Austenland?
Servitevi di abbondante tè, dolcetti e sandwich, e andiamo con Jane a Bath.

Continua a leggere

A dance with Jane Austen – ovvero: l’importanza sociale e narrativa del ballo

Inevitabilmente, le danze riempiono le pagine delle opere di Jane Austen.
Innanzitutto, perché facevano parte della vita quotidiana dei suoi tempi. I balli avevano una funzione sociale fondamentale perché permettevano alle persone di incontrarsi e conoscersi derogando, entro limiti ben precisi, alle rigide regole che governavano i rapporti umani. Erano le sole occasioni in cui giovani di ambo i sessi potevano non soLo interagire direttamente ma anche toccarsi, anche se solo per il brevissimo intreccio delle mani durante una danza. Questa prossimità, questa promiscuità fisica, che oggi appare così casta da sembrare addirittura inesistente, annullava temporaneamente alcune barriere.
In secondo luogo, perché Jane evidentemente ama raccontare tutto quanto ruoti intorno alle occasioni danzanti. Le biografie familiari e le lettere, infatti, ci restituiscono l’immagine nitida di una donna appassionata di musica e ballo, che si prepara attentamente curando abiti e accessori (secondo le possibilità concesse dalle sue finanze sempre limitate), pregustando il divertimento e addirittura rinnovandolo nel piacere di raccontare nei particolari e con dovizia di commenti personali tutto quanto vi è accaduto.

Leggere il libro A dance with Jane Austen di Susannah Fullerton, edito da Frances Lincoln Publishers significa immergersi totalmente nelle pagine dei romanzi di Jane Austen e, attraverso di essi, nella moda e nel costume dell’epoca.

dance_with_jane_austen_01

Il leggendario Almack’s di Londra

Inoltre, se vi sentite perfettamente in sintonia con la cara Zia Jane perché amate ballare, siete ballerini provetti, ammirati e ricercati ed avete nella memoria serate in cui non avreste mai smesso di volteggiare, questo libro fa al caso vostro perché qui troverete coniugate due diverse ma intense passioni, quella per Jane Austen e quella per il ballo.

Continua a leggere

2011-2017: sette anni di Bicentenari Austeniani

chawton-cottage-writing-table

Il tavolino di Jane a Chawton

A proposito di Bicentenari eccellenti… Torniamo a quelli che ci riguardano da vicinissimo.
Ci risiamo: tra nove mesi circa, il 28 gennaio 2013, festeggeremo un altro bicentenario austeniano, quello di Pride and Prejudice.

Avremo modo, la prossima settimana, di ripercorrere le giornate che portarono Jane Austen a ritoccare febbrilmente i fogli con la bozza sul tavolino nel salotto di Chawton. A questo pensiero, ci sembra quasi di sentire il fruscio della penna, il suo leggero tintinnio mentre viene intinta nell’inchiostro, il sottofondo di voci, passi, rumori di vita quotidiana, mentre Lizzie, Darcy, la loro storia e tutto il microcosmo di Pride and Prejudice prendono forma sulla pagina…
Vedremo come questo lavorio quasi segreto, protetto dal cigolio della porta (forse leggendario, ma ci piace pensare che sia vero), piano piano, tra scambi di lettere e revisioni di bozze, diventerà definitivo e pubblico, il 28 gennaio 1813.
Ciò che desidero fare oggi è semplicemente ricordare la congiuntura favorevole che ci troviamo a vivere noi Janeite in questi anni: una lunga, appassionante serie di bicentenari romanzeschi!
Quello di Sense and Sensibility è stato solo il primo. Quali sono gli altri?

Continua a leggere