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Personaggio di Jane Austen (Persuasione)

Il Salvataggio dell’Eroina secondo Jane Austen: Persuasione, cap. 9

In Jane Austen non assistiamo mai a scene grandiosamente esplicite. Negli atti di eroismo così come nei colpi di scena, l’autrice non viene mai meno alla tecnica stilistica che la caratterizza e continua a tessere per noi la trama e l’ordito di queste scene con lo stesso finissimo cesello con cui crea ogni opera, in un trionfo di ricerca della perfezione espressiva attraverso la massima economia della parola (less is more, appunto).
Nel mondo austeniano, il vero, grande, sorprendente Salvataggio dell’Eroina non è quello compiuto da un Willoughby che arriva atleticamente a cavallo sotto uno scroscio di pioggia lungo le pendici di una collina del Devonshire per soccorrere Marianne (Jane se la ride di questo genere di gesti): semmai, è quello compiuto da un Mr Knightley che con spontanea nobiltà invita a ballare la giovane e povera orfana Harriet che è appena stata rudemente rifiutata da un maleducato Mr Elton di fronte a tutti gli invitati alla festa al Crown; o da un Mr Darcy che si assenta con discrezione per una manciata di capitoli per mettere a posto tutti i guai dell’Eroina, rassegnandosi ad amarla da lontano in volontario silenzio… Discrezione & Nobiltà d’Animo, non Bicipiti portati dal caso.
In Persuasione, romanzo costellato di piccoli e importanti colpi di scena e di non pochi salvataggi, il capolavoro dell’orchestrazione di questi elementi è senza dubbio il penultimo capitolo del romanzo, quando un’insperata mossa dell’eroe non solo cambia per sempre gli eventi ma ci illumina a giorno su alcuni dettagli apparentemente insignificanti a cui abbiamo assistito fino a quel momento. Di questo meraviglioso capitolo 23 non parlerò mai abbastanza…
È però altrove, al capitolo 9, che possiamo trovare un salvataggio eroicissimo ed emozionante quanto minimale, una scena casalinga del tutto innocente, che nelle sapienti mani di Jane rivela tutta l’eccezionalità sotto l’aspetto ordinario. – Una delle scene che preferisco, forse la mia preferita, nel mondo di Persuasione.
Oggi vi offro un tè nel cottage di Uppercross, dove in un pomeriggio di novembre, dopo pranzo, Anne sta accudendo il piccolo Charles infortunato senza sapere che il suo autocontrollo sta per essere messo a dura prova da una serie di colpi di scena e da un salvataggio sorprendente sul finale, che lascerà lei e noi senza parole in un vortice di emozioni ma con una nuova consapevolezza.

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Persuasione di Roger Michell, 1995: il più perfetto tra gli adattamenti austeniani

Persuasion 1995

Nel corso degli anni, ho parlato di questo film innumerevoli volte, sempre osannandolo e raccomandandolo a chiunque fosse a portata di orecchio, anche se non interessato a Jane Austen, poiché lo ritengo uno dei più bei film mai visti nella mia vita, a prescindere dal suo legame con l’autrice dal cui romanzo è tratto. Anche nei miei tè delle cinque, Persuasione di Roger Michell del 1995 viene citato spesso ed ha una scheda tutta sua nella pagina dedicata agli adattamenti (DA VEDERE) – ma non gli ho mai dedicato un’intera trattazione.
Nell’anno del Bicentenario di Persuasione, ispirata dalla trattazione che questo film ha avuto durante il raduno annuale di Jane Austen Society of Italy JAST a Bologna il 14 aprile scorso grazie alla prof.ssa Donata Meneghelli, docente di letteratura comparata all’università di Bologna ed esperta di cinema, sento irresistibile l’esigenza di soffermarmi più diffusamente non solo sulle sue inestimabili qualità di film tout court ma anche sulla sua importanza nella conoscenza del mondo di Jane Austen, perché questo resta non soltanto un grande film di per sé, nonché uno dei migliori adattamenti austeniani mai realizzati, ma è anche una pietra miliare lungo la strada dell’affermazione di Jane Austen come fenomeno di massa, regina della cultura popolare contemporanea.
Fu infatti questo film ad inaugurare il Biennio delle Meraviglie Austeniane sullo schermo, quando nel 1995-96 il colpo di fulmine di cinema e tv per Jane Austen produsse sei adattamenti tra film e serie tv in soli 24 mesi, e tutti di grande successo. L’impatto fu tale e di tale portata che quel periodo non è più soltanto indicato come seconda ondata di Austen-mania (laddove la prima è quella generata dalla pubblicazione, nel dicembre 1869, della prima biografia sull’autrice, Memoir of Jane Austen, del nipote James Edward Austen-Leigh) ma è anche considerato motore della cosiddetta Austen Renaissance.

Per il tè delle cinque di oggi, dunque, vi invito a parlare di questo Persuasione per scoprire o riscoprire, se lo conoscete già, un film che è un vero gioiello e resta ancora oggi uno degli omaggi cinematografici più preziosi al genio di Jane Austen – e, per me, il “più perfetto” pur nella sua voluta, calcolata imperfezione.

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Il primo e l’ultimo: lo strano destino comune di Northanger Abbey e Persuasion

Northanger Abbey and Persuasion first editionCosì diversi, perché concepiti in due momenti creativi diversi, eppure uniti nel compimento della parabola letteraria e reale di Jane Austen.
Condividendo la pubblicazione postuma, avvenuta il 20 dicembre 1817, L’Abbazia di Northanger (Northanger Abbey) e Persuasione (Persuasion) sembrano coronare l’intera vita letteraria ed editoriale dell’autrice.
L’ordine in cui appaiono sul frontespizio datato 1818 (com’era consuetudine all’epoca per i romanzi pubblicati sul finire dell’anno) non sembra affatto casuale e, anzi, ci ricorda che proprio in quest’ordine dobbiamo, noi lettrici e lettori di tutti i tempi, nominarli e leggerli.
Partendo da Northanger e approdando a Persuasione, del resto, possiamo ripercorrere esattamente il processo di maturazione creativa dell’autrice, l’alfa e l’omega della sua arte, la giovinezza e la maturità, poiché Northanger è il primo dei romanzi maggiori ad essere completato, nel 1803 circa (pur revisionato nel 1816), e Persuasione l’ultimo, nel giugno 1816. Tutto quanto sia stato scritto prima (i suoi spericolati Juvenilia e la graffiante Lady Susan) e dopo (l’abbozzo di lusso di quello che ancora oggi ha tutta l’aria di essere un capolavoro in potenza, Sanditon), passando persino attraverso una crisi creativa testimoniata dall’incompiuto I Watson, è una splendida cornice intrecciata a doppio filo con i magici otto anni in cui la scrittrice fu baldanzosamente produttiva e divenne autrice pubblicata – e tutto si compì.
Quanti elementi, comuni o divergenti, caratterizzano di due romanzi che compongono questa “strana coppia” editoriale? Che cosa pensava Jane di queste due creature, che lei stessa nomina e mette in correlazione in una lettera alla nipote Fanny proprio all’inizio del 1817, a pochi mesi dalla fine?
Oggi, per il nostro tè delle cinque, riapriamo i due romanzi di cui quest’anno celebriamo il Bicentenario per scorrerli, sfogliarli, leggerli & rileggerli.
…E non trovate che sia una preziosa, significativa coincidenza che proprio l’ultimo della lunga, appassionante serie di Bicentenari austeniani di questo privilegiato periodo sia doppio e così perfettamente ciclico?
Servitevi di tè e generi di conforto, e non dimenticate di prendere L’Abbazia di Northanger e Persuasione dallo scaffale.

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“Un ruggente fuoco natalizio”

Steventon ChurchIn questo ultimo scorcio di 2017, le celebrazioni austeniane si intrecciano tra loro nonché con quelle tradizionali della società occidentale. Per augurare Buone Feste a tutte le persone che capitano in questo angolo di blogosfera dedicato a Jane Austen, nel dicembre dell’anno del Bicentenario della sua morte – ma anche del suo 242mo compleanno, ma anche dell’inizio dell’ultimo Bicentenario, dedicato alla prima pubblicazione postuma degli ultimi due romanzi (Northanger Abbey e Persuasion) – entriamo nel mondo di uno dei due festeggiati di questo incredibile periodo, Persuasion (Persuasione) per andare ad Uppercross, la dimora fittizia, rurale e rutilante dei Musgrove nel Somerset, che assomiglia tanto a quella canonica di Steventon altrettanto affollata e traboccante di vita quotidiana campagnola che per 25 anni fu la casa di Jane stessa, il terreno fertile della sua personalità e del suo genio.

Servitevi di abbondante tè caldo speziato in questa invernalissima giornata natalizia e preparatevi insieme alla protagonista, Anne, a immergervi nel fine family-piece, il bel quadretto familiare, della vivace famiglia di Uppercross.

Buone Feste a tutti, che possiate passarle con la stessa spensierata serenità di questo ritratto domestico.

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Nessuna di noi si aspetta di navigare in acque tranquille tutti i giorni – Jane Austen dixit

Una delle qualità che più mi affascina nella scrittura di Jane Austen è la sua arte di essere esplicita senza esserlo affatto, o meglio, di colpire il bersaglio in una maniera perfetta e disinvoltamente… obliqua. Una delle sue più grandi, appassionate ammiratrici – e come lei, lettrice accanita e scrittrice sopraffina – ovvero, Virginia Woolf, ha espresso questa straordinaria arte in una delle sue folgoranti descrizioni, asserendo che Jane Austen «sa descrivere una notte bellissima senza nominare una volta la luna» (Il lettore comune, 1925).
Dunque, non mi sentirò troppo inopportuna nell’accostare l’aggettivo esplicito a Jane Austen – per di più in relazione ad un argomento troppo spesso ritenuto dal pregiudizio dominante quanto di più lontano dalle tematiche austeniane, cioè la condizione femminile.   

Persuasione, tra i romanzi maggiori, è forse il più esplicito sulla condizione femminile.
Nelle opere, Jane Austen racconta la propria realtà in modo diretto ma obliquo, appunto, attraverso le situazioni o le dichiarazioni delle sue eroine. Ad esempio, nel primo caso: l’improvvisa povertà in cui vengono gettate le Dashwood di Ragione e Sentimento alla morte del capofamiglia perché, in quanto donne, non possono ereditare; l’ossessione di Mrs Bennet per il matrimonio delle sue cinque figlie senza dote, in Orgoglio e Pregiudizio; e ancora, la resa di Charlotte Lucas per sfuggire ad un destino di zitella e quindi di sicura povertà. Nel secondo caso: dai tanti, importanti “no” che le protagoniste pronunciano contro le imposizioni della cultura maschile dominante, alle frasi fulminanti che sono vere dichiarazioni d’intenti individuali (una su tutte, e tra le mie preferite, la famosa frase dell’ardimentosa Lizzy Bennet: «In me c’è un’ostinazione che non sopporterà mai di essere intimorita dalla volontà degli altri. Il mio coraggio cresce sempre, a ogni tentativo di intimidirmi»).
Tuttavia, in Persuasione, ultimo romanzo, iniziato nell’estate che precede il suo quarantesimo compleanno e concluso esattamente un anno prima di morire, l’autrice sceglie di essere esplicita e di parlare più apertamente. La prova inconfutabile, e sua apoteosi, è il dialogo sulla questione di genere incastonato in quel gran capolavoro che è il penultimo capitolo dove, come in un dialogo filosofico, Jane Austen mette in scena la condizione femminile, il rapporto tra i sessi e l’auspicio di un’evoluzione all’insegna del rispetto e della collaborazione reciproci. Ma non è l’unico dialogo esplicito su questo tema nel romanzo.

A questo tè delle cinque, che anticipa di poche settimane l’avvio del prossimo e ultimo Bicentenario, è invitata una figura femminile che spicca nel microcosmo di Persuasione come attiva pioniera di un nuovo assetto sociale e, per questo, modello di ispirazione per la protagonista: Mrs. Croft, moglie dell’Ammiraglio Croft e sorella del Cap. Wentworth, che all’inizio della vicenda si rende protagonista di un dialogo che sembra annunciare i temi di quello dell’epilogo.

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Tutto il privilegio che reclamo.
Ovvero: Jane Austen e il Dialogo sulla Differenza di Genere

Riprendo in questo articolo una riflessione che ho presentato lo scorso 14 febbraio 2015 all’incontro dedicato a Persuasione nell’ambito del Jane Austen Book Club di Biblioteca Salaborsa e Jane Austen Society of Italy, a Bologna.

Manca poco all’8 marzo, Giornata Internazionale delle Donne (per carità, NON chiamatela Festa della donna!), e mi concedo un lungo tè delle cinque su Jane Austen e la sua lungimirante e acuta capacità di osservazione dell’animo umano e delle sue manifestazioni sociali, in particolare sui rapporti tra i sessi e la condizione femminile.
Così lungimirante da essere più avanti, assai più avanti di noi che abbiamo ancora bisogno di un 8 marzo per riflettere sul ruolo e il destino delle donne nella società patriarcale moderna.

Dicono di lei che nei suoi romanzi pensi solo al matrimonio e le sue fanciulle siano tutte un esempio di muliebri virtù tradizionaliste, e che per questo sia profondamente antifemminista. (È evidente che chi sostiene ciò non ha mai letto una sola parola delle tante, bellissime, scritte dalla graffiante penna della zitella illetterata…)
Per contro, dicono di lei che le sue eroine arrivino, sì, al matrimonio ma alle proprie condizioni in piena coscienza della propria dignità umana, e che per questo sia profondamente proto-femminista.
Io dico di lei che tutto quanto c’è da sapere in merito alla questione del femminismo in Jane Austen sia da cercare nell’unico posto possibile, cioè nelle parole che lei stessa ha scritto: le sue opere e le sue lettere. Ed è in un suo romanzo che oggi troverò molte risposte…

In un’epoca, la sua, in cui i ruoli sociali dell’uomo e della donna erano definiti da schemi intoccabili e a compartimenti stagni, e contrapposti, ben più rigidi di quanto non lo siano ancora oggi, ecco una donna antitetica al modello femminile predefinito e approvato, ultraquarantenne, nubile, di classe media, meno che benestante, per di più scrittrice (anche se anonima), che non teme di lasciare le briglie sciolte alla sua intelligenza e alla sua sensibilità e compone un dialogo che è meglio di qualunque trattato di sociologia, antropologia, psicologia e storia sui rapporti tra uomini e donne e sulla differenza di genere.

Frontespizio di Persuasione e L'Abbazia di Northanger

Frontespizio di Persuasione e L’Abbazia di Northanger

Accade in Persuasion (Persuasione), l’ultimo romanzo scritto (1816) e pubblicato (postumo, nel dicembre 1817) che, per lo stile ed i contenuti, mi permetto di considerare il testamento spirituale e letterario di Jane Austen, anche se del tutto involontario.
Per la precisione, accade al capitolo XXIII, un vero capolavoro nel capolavoro, per l’abilissima sceneggiatura, la prosa asciutta e perfetta che accompagna con sorprendente poesia lo scioglimento dell’intreccio, la caratterizzazione dei personaggi e alcune riflessioni sui massimi sistemi sociali.
A pensarci bene, un lungo dialogo sulle differenze psicologiche e sociali tra uomini e donne non sembra adatto ad un romanzo, tanto meno nel bel mezzo dello scioglimento dell’intreccio, quando noi, col fiato sospeso ad ogni sillaba, già pregustiamo il lieto fine… Affidato ad altre penne (come le tante che affollavano la letteratura dell’epoca), questo dialogo sarebbe diventato una tirata noiosa e pedante, aliena a tutto il resto, mentre qui è una scena tra le più emozionanti e poetiche che sia dato di leggere.

…Che inizia proprio come una conversazione qualunque, di quelle che io stessa potrei fare con un amico, su una questione di cuore e sul diverso comportamento degli uomini e delle donne nell’affrontarla.

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Ventisette come gli anni di Jane Austen quando disse no

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Olivia Williams (Jane Austen), in Miss Austen Regrets (Io, Jane Austen) BBC, 2008

Credo fermamente nelle coincidenze significative (anche quando il loro significato mi sfugge)…
Ed è di una di queste coincidenze sfuggenti ma evidenti che vorrei parlarvi oggi. No, niente di accademico o minimamente sensato. Semplicemente, si tratta di una delle mie ricorrenti elucubrazioni sulla coincidenza che ho notato.

Mi ci ha fatto ripensare la cara amica di blogosfera Silvia di Vorrei essere un personaggio austeniano quando, qualche giorno fa, ha compiuto gli anni (ancora auguri, cara Omonima Janeite!). Giustamente, ha ricordato una curiosa cabala austeniana legata ai suoi 27 anni. Cercando su internet, tanto per togliermi lo scrupolo, ho scoperto che… non c’è nulla da scoprire, insomma, forse è una coincidenza significativa solo per me.
I ventisette anni di età ricorrono spesso nei romanzi di Jane Austen.
Silvia, nel suo post, ha ricordato tutti i casi. Ed io ho ripreso a chiedermi, per l’ennesima volta, per quale ragione Jane si sia trovata così di frequente a stigmatizzare questa età nei suoi romanzi…
Ricapitoliamo.

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L’unico privilegio che reclamo

Questo post nasce dalla visione di un grande film, tra i migliori che siano stati tratti dai romanzi di Jane Austen, quel Persuasion, di Roger Michell, prodotto dalla BBC nel fatidico 1995, un vero anno di grazia per gli adattamenti austeniani.
L’ho rivisto con immenso piacere proprio ieri sera, afferrando d’istinto il DVD dalla mia libreria (o meglio, quella porzione di libreria che ho inevitabilmente ribattezzato “altarino austeniano”).
Chiedo scusa preventivamente a chi leggerà e, soprattutto, a chi scrisse queste righe perché le ho estrapolate dal loro contesto naturale, sforbiciando impunemente la scena di cui fanno parte.
Ma se questa, almeno a mio avviso, è in generale la parte che meglio rappresenta l’opera (ma anche la vita…) di Jane Austen, queste frasi in particolare sono quelle che più di tutte hanno il misterioso, invincibile, inalterato potere di toccare e smuovere le fibre della mia sensibilità.
Ma basta chiacchiere, forse avete già capito di quale scena, anzi, capitolo di Persuasion sto parlando e senza indugi lascio che a parlare ora sia soltanto l’inarrivabile zia Jane, attraverso Anne Elliot, durante una conversazione molto intensa con il Cap. Harville originata dalla domanda retorica di quest’ultimo a proposito della effettiva profondità e conseguente costanza dell’amore nelle donne.

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