Charlotte Lucas, ovvero: mi piego ma non mi spezzo

Charlotte Lucas (Claudie Blakely, P&P 2005, Joe Wright)

Confrontandomi nel corso degli anni con le opinioni di altri lettori e di esimi studiosi, ho notato che spesso le parole e le azioni della più cara amica di Elizabeth Bennet vengono stigmatizzate, le sue scelte contestate, lei stessa severamente giudicata come una bieca calcolatrice o una debole di carattere.
Sì, certo, questo atteggiamento può essere facilmente considerato inevitabile dal momento che l’intero romanzo è narrato dal punto di vista di Elizabeth, e Jane Austen è abilissima nel coinvolgerci nello sgomento e nella delusione di Lizzy nei confronti della sua amica del cuore, cioè una delle rarissime persone delle quali ella abbia una buona opinione e che rendano la sua vita più sopportabile.

Eppure, per Charlotte Lucas – la zitella ventisettenne, a cui la sorte non ha dato altro se non una mente brillante ed un buon carattere (“giovane donna assennata e intelligente”), lasciandola del tutto priva di bellezza e denaro in un mondo in cui una donna valeva esclusivamente proprio in virtù di ciò – ho sempre avuto un occhio di riguardo fin dal nostro primo incontro. Dirò di più: non riesco a non commuovermi ogni volta che la ritrovo.

Charlotte mi appare già apprezzabile per il solo fatto che è la più cara amica di una ragazza strepitosa come Elizabeth.

Anzi, è come se fosse davvero la cara amica di cui io conosco perfettamente l’enorme valore, al di là di ciò che la gente vede di lei. Mrs. Bennet dichiara che nessuno la apprezza eppure Mr. Bingley, che l’ha appena conosciuta, non esita a dire che “sembra una signorina molto simpatica”.
Nel corso della vicenda, apprezzo la sua ragionevolezza e la sua capacità di osservazione così acuta: ad esempio, fa da ottimo contrappunto all’orgoglio e al pregiudizio di Lizzy su Darcy, ad es., al cap. 18, al ballo di Netherfield, quando dice all’amica che si rammarica di aver accettato di danzare con lui, “Credo che lo troverai molto gradevole” ricordandole anche di non permettere al suo capriccio per Wickham di pregiudicare il suo rapporto con un uomo che vale dieci volte di più.

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Ma ecco che questa giovane degna di cotanta amica all’improvviso compie una scelta che mai e poi mai avrei anche solo vagamente ipotizzato: sceglie consapevolmente di unire la propria vita (come solo ai vecchi tempi accadeva, cioè indissolubilmente, e in totale dipendenza) ad uno dei peggiori esemplari maschili che la letteratura abbia mai concepito, l’insostenibile Mr. Collins (impeccabile il suo ritratto all’inizio del cap. 15).

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E questo sembra cancellare d’un colpo tutte le ottime qualità di Charlotte. Perché, Charlotte?, vorremmo chiederle, noi lettori, quasi increduli.

Lo spiega mirabilmente lei stessa. Siamo al capitolo 22.

Certo, Mr. Collins non era né intelligente né piacevole; era una compagnia noiosa, e il suo affetto puramente immaginario. Ma comunque sarebbe stato un marito. Senza aspettarsi molto dagli uomini e dal matrimonio, sposarsi era sempre stato il suo obiettivo; era l’unica soluzione onorevole per una signorina istruita e di scarsi mezzi, e per quanto fosse incerta la felicità che se ne poteva trarre, era sicuramente il modo più piacevole per proteggersi dalla miseria. Quella protezione l’aveva ormai ottenuta, e a ventisette anni, senza mai essere stata bella, era consapevole della sua fortuna. La parte meno gradevole della faccenda era la sorpresa che avrebbe suscitato in Elizabeth Bennet, alla cui amicizia teneva più che a quella di chiunque altro. Elizabeth si sarebbe stupita, e probabilmente l’avrebbe biasimata; e sebbene la sua decisione fosse ben salda, quella disapprovazione avrebbe certamente ferito i suoi sentimenti.

Da notare che l’unica preoccupazione della giovane è per la reazione della sua amica. E poco più in là, ecco come cerca di spiegarsi:

“So quello che provi”, replicò Charlotte, “sei sorpresa, molto sorpresa; è passato così poco tempo da quando Mr. Collins voleva sposare te. Ma quando avrai avuto il tempo di rifletterci un po’ su, spero che capirai quello che ho fatto. Non sono romantica, lo sai. Non lo sono mai stata. Voglio solo una casa confortevole, e considerando il carattere, le relazioni sociali e la posizione di Mr. Collins, sono convinta che le possibilità di essere felice con lui siano favorevoli quanto quelle della maggior parte delle persone che iniziano la loro vita matrimoniale.”

Sembrano parole aride, meschine. Ma rivelano il ruolo che credo Jane Austen abbia voluto affidare a Charlotte: il simbolo stesso della condizione femminile, come vittima della predestinazione al ruolo gregario nella società maschile, in cui si vale qualcosa solo in relazione all’uomo (padre o marito) a cui si appartiene.
Non è un caso che Lizzy chiuda questo capitolo nel modo seguente:

Aveva sempre intuito che l’opinione di Charlotte nei confronti del matrimonio non fosse esattamente come la sua, ma non avrebbe mai immaginato la possibilità che, una volta chiamata a decidere, avrebbe sacrificato ogni suo sentimento migliore a favore di vantaggi materiali. Charlotte moglie di Mr. Collins era un quadro umiliante! E alla sofferenza di vedere un’amica abbassarsi e perdere la sua stima, si aggiungeva la penosa convinzione che sarebbe stato impossibile per quell’amica essere anche solo in parte felice nel destino che si era scelta.

E più avanti (cap. 26), quando arriva il momento fatale di lasciare l’Hertfordshire e la propria vita da nubile, Charlotte usa poche ma ferme e sentite parole per chiedere a Lizzy di scriverle e di andarla a trovare. Qui l’assennata Charlotte rivela l’ansia inguaribile di chi sa bene che sta per infilare volontariamente polsi e caviglie in catene pesantissime e sa che avrà bisogno di tutto l’appoggio morale e di qualche fuga dalla realtà per resistere e mantenere la posizione che ha assunto.

Nel film Pride and Prejudice del 2005, la scena della rivelazione del fidanzamento è stata stravolta e compattata con grande intelligenza, fino ad esprimere la quintessenza del ruolo di Charlotte.

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Non è un caso che sia stata scritta da Sua Maestà Austeniana Emma Thompson, come rivela lo stesso regista Joe Wright nel commento al film. E Claudie Blakely è perfetta nell’interpretare l’ineluttabile disperazione che scorre sotto le apparenze, il dolore nel leggere la delusione se non addirittura il disprezzo negli occhi dell’amica amatissima.
Ricordo che, guardando il film per la prima volta al cinema, mi sono comossa profondamente. E continuo a farlo oggi. Emma è stata davvero brava…
(Riporto di seguito il dialogo ma raccomando di guardare la scena dal film, all’inizio della traccia 8 del DVD edizione italiana.)

– Charlotte!
– My dear Lizzy. I’ve come here to tell you the news. Mr. Collins and I are… engaged.
– Engaged?
– Yes.
– To be married?
– Yes, of course, Lizzy, what other kind of engaged is there?.. For Heaven’s sake, Lizzy, don’t look at me like that. There’s no earthly reason why I shouldn’t be as happy with him as any other.
– But he’s ridiculous!
– Oh, hush! Not all of us can afford to be romantic. I’ve been offered a comfortable home and protection. There’s a lot to be thankful for.
– Charlotte..!
– I’m 27 years old, I’ve no money, no prospects. I’m already a burden to my parents. And I’m frightened. So don’t judge me, Lizzy. Don’t you dare judge me.

– Charlotte!
– Mia cara Lizzy. Sono qui per darti la notizia. Mr. Collins ed io ci siamo… fidanzati.
– Fidanzati?
– Sì.
– Per sposarvi?
– Sì, ovviamente, Lizzy, quale altro genere di fidanzati conosci? Per l’amor del cielo, Lizzy, non guardarmi così. Non c’è al mondo alcuna ragione per cui non debba essere felice con lui come con chiunque altro.
– Ma è un uomo ridicolo!
– Oh, Taci! Non tutti possiamo permetterci di essere romantici. Mi è stata offerta una comoda dimora, e protezione. C’è molto di cui essere grata.
– Charlotte..!
– Ho 27 anni, non ho denaro, né prospettive. Sono già un peso per i miei genitori. E sono terrorizzata. Perciò, non giudicarmi, Lizzy. Non osare giudicarmi.

Ella sceglie tutto ciò che Lizzy (e Jane Austen stessa) non potrà mai accettare perché Charlotte si piega alle condizioni della società. Ma – attenzione – non si spezza!
Ciò che me la fa amare ancora di più è la constatazione che anch’ella, nonostante tutto, riesca a stabilire le proprie condizioni, a mantenere la propria integrità.
Non è forse questo che si può scorgere in ciò che leggiamo a partire dal cap. 28 quando Lizzie la vede “dal vivo” a Hunsford, e constata come riesca a dirigere quel suo improponibile marito ed abbia dato la sua impronta a tutta la casa?

pnpcebrockbw19In lei, dunque, Jane Austen sembra darci un ritratto fedelissimo della realtà che vedeva ogni giorno davanti ai propri occhi: frotte di donne sposate per forza e convenienza familiari a uomini non sempre gradevoli, talvolta insopportabili, senza amore, né rispetto, donne che pure riescono a mantenere e coltivare qualche recesso della propria anima. Per tutta la vita. Senza alternativa possibile. Riuscite ad immaginarlo?..

 

Ecco: se Lizzy è la faccia rivoluzionaria della condizione femminile, Charlotte è lo statu quo. Apparentemente due opposti, la prima risplendente di indipendenza, la seconda tragico simbolo sociale. Ma, a ben guardare, Jane Austen ci dice che in entrambi i casi c’è bisogno di tutta la forza e l’intelligenza e la sensibilità femminili per resistere e crescere e tracciare una strada nuova.

Non solo alle rivoluzionarie come Lizzy Bennet dobbiamo la nostra migliore condizione, oggi. E’ anche alle donne come Charlotte Lucas – che si piega ma non si spezza – che dobbiamo rivolgere il nostro rispettoso ringraziamento.

Link Utili:
– il post precedente, sul matrimonio secondo Jane Austen: Marriageableness, ovvero: il grande equivico austeniano.
– il post con la mia elucubrazione sulla curiosa coincidenza dei 27 anni come elemento ricorrente nei romanzi e nella vita di Jane Austen, legati alla proposya di matrimonio che ella accettò e poi… rifiutò: Ventisette come gli anni di Jane quando disse no.

Note:
– tutti i brani dal romanzo Pride and Prejudice (Orgoglio e Pregiudizio) sono nella traduzione di Giuseppe Ierolli
– la traduzione del brano tratto dal film Pride and Prejudice del 2005 è mia.

25 pensieri su “Charlotte Lucas, ovvero: mi piego ma non mi spezzo

  1. Gabriella

    Bellissimo articolo, Sylvia, dedicato a un magnifico personaggio.
    Secondo me Charlotte rappresenta, in un certo senso, la stessa Austen, quello che sarebbe stato di lei se avesse sposato Harris Bigg-Wither, rivelando il motivo che forse la spinse ad accettare la sua proposta di matrimonio, per poi a rifiutarla il giorno seguente. Charlotte sceglie invece di non rifiutarla e di andare avanti con la sua scelta (e notare che anche in questo caso ricorre il numero 27!). Proprio la contrapposizione con Elizabeth e i suoi ideali di vita matrimoniale e di felicità, poi, servono forse a giustificare la scelta della Austen.
    E, come dice Deresiewicz in un brano che non mi ha lasciata con gli occhi asciutti:

    Perhaps, if the cause [of Austen’s untimely demise] was infection or some other circumstancial factor, a different life – a life lived in Ireland with Tom Lefroy, or on his estate with Harris Bigg-Wither – might well have been a longer one.
    A longer one, but a different one. Austen never married, but she did have children, and many more than eight or eleven. Their names are Emma and Elizabeth and Catherine, Anne and Fanny and Elinor and Marianne. Their names are Henry and Edward and Wentworth and Willoughby, Mr Collins and Miss Bates and Mr Darcy. They were not long-lived, they’re ageless. Had she married Tom or Harris, she might have been happy, she might have been rich, she might have been a mother, she might have been long-lived herself. She might have been all these things – but we would have not been who we are, and she would not have been Jane Austen.

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    1. Sylvia-66

      Carissima Gee, Deresiewicz ha perfettamente ragione, purtroppo. L’infelicità sentimentale di Jane Austen è diventata la nostra felicità: è un’equazione crudele ma davvero, considerando la condizione delle donne, e di quelle che si scrivevano e pubblicavano, ai suoi tempi, sono sicura che, sposandosi, non avrebbe avuto alcuna possibilità di produrre quelle che noi oggi sappiamo essere le sue incomparabili magie.

      E sì, la cabala dei 27 anni è così ricorrente da farci pensare che non sia del tutto casuale!

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    2. Miss Claire

      Mi accodo (in ritardo) ai complimenti di Gee, tutti meritati, cara Silvia! 🙂

      Forse, la differenza tra Jane e Charlotte è che all’autrice fu, probabilmente, impedito di sposarsi per amore, occasione che a Miss Lucas non si è presentata in precedenza a causa, come spesso ripete la terribile Mrs Bennet, del suo aspetto poco attraente.

      In entrambi i casi si tratta di una forma di rassegnazione, sebbene, Jane abbia preferito al matrimonio di convenienza, la propria integrità di zitella
      a favore del suo talento. Soluzione che, in mancanza dell’amore vero, mi sento di condividere.

      Ciò non esclude la mia ammirazione per Charlotte, ci vuole forse più coraggio in questo tipo di scelta che nel farsi trasportare dai sentimenti a briglia sciolta!

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    3. Gabriella

      Fra l’altro c’è un ulteriore punto in comune fra Jane e Charlotte, che mi è sovvenuto solo recentemente, anche grazie a un articolo apparso pochi giorni fa su The Guardian. Charlotte è più grande di due anni di Mr Collins: anche se lui ci è stato sempre presentato come un uomo quasi di mezza età dalle trasposizioni, in realtà ha venticinque anni; analogamente Jane Austen, era più grande – anche di più di due anni – di Harris Bigg-Wither…
      Che sia un’altra conferma della mia teoria? XD

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  2. Angela

    Ciao Sylvia! Mi è piaciuto molto quest’articolo su Charlotte! Si, è vero lei rappresenta la condizione stessa della vita femminile di quel tempo, ma è un lasciarsi andare al proprio destino senza sottomettersi. Lo dimostra anche solo il fatto che riesce ad avere, come dice nel film del 2005 (che anch’io amo molto) “una stanza tutta sua dove nessuno può disturbarla ed è a suo particolare uso”! Per me ha una grande forza e credo che Elisabeth proprio allora riesca poi a perdonarla, se così si può dire, per averla delusa……..certo Mr Collins è davvero difficile da sopportare! 🙂

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    1. Sylvia-66

      Sì, una stanza tutta per sé, per parafrasare la grande Virginia Woolf. Che è, appunto, innanzitutto uno spazio interiore di autonomia che riesce a trovare una qualche espressione anche esteriore.
      Credo che il film del 2005 sia pieno di questi dettagli che restituiscono, in modi e parole nuove, il testo austeniano.
      Grazie, Angela!

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  3. Alessia Carmicino

    davvero un bellissimo articolo…complimenti!L’unica cosa con cui non sono d’accordissimo è vedere Lizzie come simbolo di rivoluzione…ovviamente lei è l’eroina e a lei va il migliore con Mr Darcy, ma in un certo senso ho sempre avuto sempre la sensazione che si sia davvero convinta di amarlo solo dopo aver visto quant’era grande e bella la sua casa…poco rivoluzionario insomma!

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    1. Miss Claire

      In effetti, quest’opinione è piuttosto comune a prima vista, ma come scrive nel suo articolo Silvia, Pemberley è Darcy, è il suo animo espresso per immagini, perciò, quello di Lizzie, non è un innamoramento, ma la consapevolezza dei propri sentimenti verso di lui, sentimenti che già coltivava, senza però comprenderne la natura, poiché confinati nella cecità del pregiudizio e nell’apparenza degli accadimenti.

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    2. Gabriella

      Ma solo io leggo nelle dichiarazione di Lizzy a Jane (quando dice che si è resa conto di amare Darcy dopo aver visto il parco di Pemberley), una fortissima dose di ironia? Che Andrew Davies ha sapientemente trasformato in un sottinteso di natura sessuale, grazie alla scena dell’incontro fra Darcy ed Elizabeth, subito dopo la famosissima scena del laghetto (lì Pemberley è Darcy!)
      Addirittura Colleen McCullough, autrice che ho sempre stimato per altri romanzi, ha basato tutto il suo sequel L’indipendenza della signorina Bennet su questo presupposto; motivo per cui è stata fortemente criticata! Se in fondo anche noi interpretiamo così la dichiarazione di Lizzy non possiamo poi gridare allo scandalo per un sequel che – in fondo – amplifica ciò che pensiamo!

      Rispondi
  4. Anna68

    Ciao Silvia,
    post perfetto come sempre e che centra il cuore della questione. Charlotte non è romantica, ed è estremamente pratica, ma ha una grande virtù: la capacità di adattarsi alle situazioni, anche sgradevoli dell’esistenza. E’ chiaro che non era libera di scegliere; se lo fosse stata immagino avrebbe preferito rimanere “an old spinster” piuttosto che condurre un’ esistenza di sopportazione accanto ad un uomo non dotato di “wit”. Ma ha anche il grande merito di sapere frenare e ridimensionare gli atteggiamenti del suo compagno: segno di grande intelligenza. La sua scelta può non essere condivisibile, ma sicuramente è comprensibile… e poi, come ci suggerisce Mr. Bennet, non bisogna avere il timore di imparentarsi con un po’ di stupidità…..

    Rispondi
    1. Sylvia-66

      Splendido commento finale suggerito dall’ineffabile Mr. Bennet!
      Grazie Anna68. Sì, sono sicura che, se avesse avuto scelta, la nostra Charlotte avrebbe preferito restare nubile – come del resto fece la stessa Jane Austen.

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  5. Anonymous

    concordo con le altre sul fatto che, come sempre, Silvia abbia colto con precisione l’essenza del personaggio di Charlotte, la quale fa una scelta che oggi ci appare inconcepibile, ma che invece è comprensibilissima se inserita nel contesto sociale dell’era vittoriana. Purtroppo non credo che queste donne potessero ritagliarsi spazi propri all’interno di unioni che non assomigliavano affatto a quello che noi, oggi, intendiamo per “vita matrimoniale”. Saluti, Francesca Palandri

    Rispondi
    1. Sylvia-66

      A volte penso davvero a che razza di vita abbiano fatto le nostre ave, per secoli, no, millenni, e stiano ancora facendo tante donne in altre parti del mondo. A conferma della capacità di Jane Austen di cristallizzare nei suoi personaggi dei veri e propri modelli sociali.
      Grazie, Francesca!

      Rispondi
  6. Phoebes

    Ti ringrazio per questo bellissimo articolo in difesa di Charlotte! Anch’io ho molto amato questo personaggio, soprattutto perché è forse quello in cui mi identifico di più. Lizzie magari mi rappresenta nello spirito, nell’ideale, in quel che c’è di positivo, ma nel concreto mi sento molto più Charlotte! Perché anch’io sarei disposta a qualche poco piaevole compromesso per avere un po’ di indipendenza (certo, non sposare un Mr Collins, ma grazie al cielo al giorno d’oggi anche una zitella “attempata” ha qualche prospettiva in più!), e sinceramente io l’ammiro davvero molto per la sua forza!

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  7. PinkLady

    Ancora al giorno d’oggi, tante donne fanno quel che ha fatto Charlotte… e senza aver l’onestà intellettuale di confessare, almeno a loro stesse, del perchè lo fanno…
    brava Charlotte, coerente e consapevole di se stessa! 😉

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  8. Donisan

    La scelta di Charlotte è sicuramente dettata dalle circostanze dell’epoca in cui visse (fortunatamente vi erano anche allora delle eccezioni:Jane ed Elizabeth Bennet ,nel romanzo, e la stessa Jane Austen, nella realtà). Non mi sentirei però di farne una martire, lei stessa non si sarebbe sentita tale. Era abbastanza intelligente da volgere la situazione a suo favore, come dimostrato dalla sua capacità di “conquistare” Mr Collins, subito dopo aver saputo che era stato respinto da Elizabeth, e da organizzare la sua vita coniugale, in modo da essere disturbata il meno possibile da quell’ingombrante consorte. Qualcuno (ho letto alcuni anni fa un articolo pubblicato sulla rivista della J.A. Society) sostiene persino che il personaggio abbia più importanza di quanto non appaia a prima vista, essendo Charlotte addirittura colei che muove, a suo vantaggio, i fili della trama che porterà Elizabeth a sposare Darcy: considerando molto utile avere un’amica sposata ad un personaggio così influente, avrebbe a bella posta spinto il marito a suggerire a Lady Catherine che tra i due ci fosse del tenero, in modo da “smuovere le acque” (cosa che effettivamente avvenne, dato che Darcy si decise a dichiararsi ad E. soltanto dopo aver saputo della sua reazione quando era stata affrontata da Lady Catherine). Non credo sia veramente così, ma una cosa mi sembra alquanto probabile: Charlotte aveva intuito che era successo qualcosa tra Elizabeth e Darcy la famosa sera in cui lui le si era dichiarato per la prima volta. Sicuramente, tornata a casa, la domestica le avrà detto che Mr Darcy era venuto inaspettatamente a far visita alla signorina Bennet e non dimentichiamo che Charlotte aveva già cominciato a sospettare un certa parzialità su quel fronte. Voi che ne pensate?

    Rispondi
    1. Sylvia-66

      Grazie Donisan! Ho atteso un po’ prima di replicare perché la tua disamina merita una risposta approfondita. Talmente approfondita che vorrei farlo in un prossimo post perché le tue parole hanno innescato alcune riflessioni. Ti prego di pazientare un poco. Per il momento, ti ringrazio vivamente per aver scritto qui il tuo pensiero. (Molto interessante l’ipotesi di una Charlotte deus ex machina del lieto fine tra Darcy ed Elizabeth…)

      Rispondi
    2. Donisan

      Grazie a te Sylvia-66! Attendo le tue sempre interessanti riflessioni sull’argomento…. sì, Charlotte come deus ex machina è un’ipotesi intrigante anche perchè coerente con l’ironia dissacrante e, direi, il desiderio di rivalsa che è la base su cui J.A. costruisce le sue storie apparentemente brillanti e romantiche. Se il fiabesco happy ending del romanzo fosse determinato proprio da Charlotte (strumento e al tempo stesso vittima di un sistema sociale alquanto repressivo nei confronti delle donne) saremmo di fronte a un sottotesto con un significato esattamente opposto a quello decisamente più rassicurante che ci appare ad una prima lettura! Non per niente J.A., anche se dotata di capacità introspettive che anticipano i grandi romanzieri dell’800, era figlia del 700 (Mi viene in mente Jonathan Swift e i suoi “Viaggi di Gulliver”)…

      Rispondi
  9. mariagrazia

    è la prima volta che scrivo un commento su questo blog, e non a caso per questo post così denso di significato ed emozioni; grazie davvero per queste parole e per la citazione di Deresiewicz che ha fatto scorrere qualche lacrima.
    Mi guardo intorno e cerco uno dei tratti che Jane Austen ha stigmatizzato nei suoi personaggi, e più lo faccio più la sua opera mi sembra attuale e contemporanea.
    Io l’ho scoperta in questi mesi, ho letto tutti i suoi romanzi in sequenza e ho visto (e rivisto) gran parte della “sua” filmografia; grazie a chi cura questo spazio le cui riflessioni mi sono utili quasi quanto la lettura di JA

    Rispondi
    1. Sylvia-66

      Grazie, Mariagrazia, per aver scelto questo post per inaugurare i tuoi commenti.
      Sono d’accordo, Gabriella ha scelto il brano perfetto dal libro di Deresiewicz, perché rappresenta con precisione toccante la condizione femminile in generale e quella di Jane Austen in particolare. E sì, comincio a credere che la nostra geniale scrittrice abbia disegnato magistralmente dei veri archetipi sociali!
      E grazie per la frase di chiusura, che quasi mi impaurisce ma che mi onora infinitamente e mi fa pensare come la magia austeniana sappia arricchire chiunque ne venga investito.
      A presto!

      Rispondi
  10. mariagrazia

    Questo post su Charlotte continua a ronzarmi in testa (ho appena letto anche l’ultimo pubblicato), è curioso come nel mare magnum di Orgoglio e Pregiudizio non avessi fatto molta attenzione a Charlotte e alle sue parole, estrapolata dal contesto emerge invece in tutta la sua forza.
    Sarà che lei, così dignitosa e razionale, sfugge per sua natura le luci della ribalta; sarà una mia censura mentale che me l’aveva fatta trascurare fatto sta che la storia di Charlotte la sto metabolizzando grazie a questo post.
    Dopo anni di letture ho per la prima volta “sentito” il peso della condizione femminile grazie alle parole di una scrittrice morta 200 anni fa; si Jane Austen non è una scrittrice rosa, ma (anche e non solo) un’acuta, acutissima, osservatrice di caratteri universali; come i grandi scrittori sa cogliere la verita e la sa trasformare in romanzo.

    Rispondi
    1. Sylvia-66

      …una delle qualità degli scritti di Jane Austen è proprio questa scoperta infinita, in un lavorio mentale che non smette mai e ci porta ovunque.
      (E qui potrei arrivare a scomodare Italo Calvino, ed i suoi infiniti universi nascosti nella letteratura…)
      Grazie, Mariagrazia!

      Rispondi

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